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Consapevolezza del gesto, assaporare il cibo e la vita

Finalmente ho capito perché quando si mangia è bene gustare anche il momento. Assaporare e gradire, ciò che stiamo masticando, offrendogli tutta la nostra incondizionata attenzione. Con gratitudine per quel nutrimento così buono.

Senza affacendarsi dietro orde di liste, cose da fare, discorsi a vanvera, proiezioni e pensieri. Poi dopocena potremo chiacchierare.

Mangiare godendo appieno del momento, del gusto, dell’incontro tra noi e il mondo.

Se abituiamo il corpo che ciò che riceve dalla Terra come nutrimento è eccellente, lo abitueremo a considerarlo tale. A trovare in esso le migliori qualità e gli elementi nutritivi di cui ha bisogno. A predisporsi a trovarli in ciò che riceve. E quindi a cercarli, assorbirli, farli suoi.

E ad immagine del nostro gesto iniziale, di pienezza e soddisfazione nell’ingerire il cibo, anche la digestione potrà svolgersi al meglio, come se la consapevolezza che abbiamo messo all’inizio del processo, possa continuare fino alla fine. Il senso di godimento e di partecipazione potrà coinvolgere anche lo stomaco e il pancreas, il fegato e l’intestino che saranno in qualche modo risvegliati da quella pienezza di coscienza, incuriositi, vitali e decisamente inclini a fare bene il loro lavoro, gustandolo, con presenza e attenzione.

I nostri gesti e le nostre attitudini (quanto io sia frettoloso, quanto disperda il pensiero, quanto rimugini le tematiche del quotidiano mentre mangio…) si riflettono nella coscienza dei nostri organi, nel loro modo di operare e relazionarsi gli uni agli altri. L’atteggiamento viene introiettato, o semplicemente riflesso interiormente. Poiché il corpo assorbe, è costituito dalla nostra energia.

Il corpo incarna, appunto.

Ma non solo, questa stretta relazione tra il tutto e le sue parti avviene anche in macro, nel contesto più ampio della nostra vita. Come in un ologramma, dove ogni singolo frammento racchiude in sé l’immagine totale dell’insieme di cui fa parte.

E così quest’occasione quotidiana può diventare una pratica che ci allena alla pienezza, al piacere, al profondo godimento del momento che poi in grande si rifletterà sul nostro modo di assaporare ciò che la vita ci offre.

Nel quadro delle nostre vite, il fatto di abituarci come se ormai fosse ovvio, non scontato ma gradito, che ciò che riceviamo dalla Terra è buono, ricco e nutriente – che quel contatto è sacro e generoso, non solo durante il pasto ma in ogni possibile circostanza ed occasione – se ci abituiamo a viverlo con presenza e riconoscenza ritrovando il suo insito inestimabile valore, è come se ci abituasse a vivere queste stesse qualità negli eventi, nelle persone e nelle situazioni che ci vengono incontro.

Come se potesse insegnarci ad assaporale, goderle, facendo della nostra vita un’esperienza piena. Sostituendosi all’immagine deleteria di struggimento, conquista, delusione, fatica. Creando invece un immaginario fresco, tangibile di soddisfazione dei sensi, gratitudine e pienezza.

Nel microcosmo del corpo, nel macrocosmo delle nostre esistenze, un gesto fatto in modo consapevole, ripetutamente, crea una diversa coesione degli elementi e degli eventi.

Ma soprattutto, questa rinnovata gratitudine, questa presenza nel quotidiano, andrà a bilanciare un pochino gli squilibri.

Permetterà di dare valore a ciò che riceviamo. E alla Terra, che ce lo elargisce.

E che – senziente – gradisce le nostre attenzioni e può nutrirsi anch’essa della nostra riconoscenza.

E’ il nostro affetto che la Nutre, la nostra considerazione.

L’amore e la dedizione di un figlio per la Madre, sono il vero nutrimento della Terra.

E collettivamente, non possiamo più ignorarlo. Questo Amore non possiamo più negarglielo.

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