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Il meglio di sé

Narciso, di Caravaggio

Per anni crescendo mi sentivo ripetere che le persone non cambiano, i difetti restano difetti, semmai peggiorano con l’età. Era un fatto comunemente accettato, eredità del passato. Cultura del dopoguerra, rassegnazione, immobilismo.

Poi crescendo ho visto che non è vero. Alcuni fattori possono farsi più carichi, altri magari scomparire. Dipende.

Dipende soprattutto dall’atteggiamento che abbiamo nei confronti della possibilità stessa di un cambiamento. Dipende da quanto siamo affezionati a una nostra particolarità caratteristica, perché ci contraddistingue e conferisce identità, anche se negativa. Dipende quanto preferiamo ciò che conosciamo, con i suoi limiti, rispetto a ciò che resta misterioso perché sconosciuto. Dipende dalla fiducia e dal grado di rispetto che segretamente ci rivolgiamo.

Ho visto moltissimi cambiamenti nel carattere, nel punto di vista, nel portamento quasi a rispecchiare il portamento interno, interiore. Ho visto cambiamenti fisici e fisiologici e so che il corpo nella sua connessione e nella sua coscienza è concepito per adattarsi. E quindi deve sapersi trasformare, potersi modellare. Può modificare i suoi circuiti, la sua performance e persino il suo aspetto a seconda delle circostanze.

La consapevolezza del corpo, non la sua coscienza che è quell’intelligenza che lo abita rendendolo funzionale e capace, ma la sua consapevolezza, cioè la sua cognizione di sé, ha la funzione biologica specifica di dargli cognizione della sua maniera di porsi, di operare, di stare in un determinato equilibrio. E questo perché il corpo possa evolvere, trasformare e lasciare andare modalità obsolete. Rinnovare i suoi parametri con riferimenti più funzionali. Etc. In poche parole adattarsi, a qualsiasi ambiente. Sia esso esterno o interno.

Per ambiente interno intendo il particolare terreno che coltiviamo in noi. I nostri paesaggi interiori. Le foreste, i boschi, i contorni che amiamo delineare attraverso le nostre conversazioni, le emozioni, i pensieri ricorrenti. Come un clima, emozioni e pensieri disegnano in noi veri e propri paesaggi. L’aridità di un deserto relazionale, la siccità di pensieri poco amorevoli, fitte boscaglie e rovi dovuti all’iperprotezione e alla confusione. Le tempeste emotive della rabbia, il sibilare continuo dell’ansia.

E allora è possibile. Guidare alcuni pensieri perché influenzino le nostre emozioni e creino un micro clima adatto a paesaggi più morbidi, in cui sentirsi più a nostro agio.

Questa consapevolezza guida la mia pratica di Bodytalker ma anche i miei passi quotidiani. È possibile ritrovare la parte migliore di sé e agirla, farla esprimere. Vivere il nostro centro in sintonia con ciò che siamo.

È possibile sbarazzarsi di vecchi atteggiamenti e manie, anche se fanno parte di una lunga tradizione familiare, anche se ci abbiamo convissuto tutta la vita.

Dobbiamo volerlo. E questa prima intenzione aprirà la strada a tutto il resto. Predisporrà il prezioso strumento del nostro corpo ad adattarsi al nuovo intento.

Sembra semplice e con Bodytalk per fortuna lo è. Si devono solo rispettare i tempi e le indicazioni che provengono dal profondo perché la consapevolezza del corpo possa suggerire i passi adeguati.

E quindi anche nel peggiore dei casi, nel più grave dei problemi, in quelle situazioni che sembrano cupe e insormontabili, seguendo quei passi è possibile arrivare all’uscita e trovare che nel frattempo quel percorso ha creato qualcosa di nuovo, o meglio, ha rivelato cosa c’era sotto.

La parte migliore di noi è qui sotto, pronta a venirci a trovare.

 

 

La parte migliore di noi, come un frattale, può porsi al centro di ogni attimo, ogni azione, ogni pensiero in modo automatico e naturale, una volta che le abbiamo permesso di installarsi al centro del nostro Essere. E per questo, ci vuole semplicemente la consapevolezza di poterlo e volerlo fare.

 

Namasté

 

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In apertura l’immagine del Narciso, di Caravaggio.

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