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La vita come sfera, per un pensiero intero

Una visione che sappia includere ciò che rifiuto.

L’intento di questo articolo è quello di mostrare quanto siano dinamiche tutte le vicende umane. Questo dinamismo, il cambiamento, può terrorizzare. Infatti tutta la cultura è una sorta di escamotage per compensare questa profonda, fondamentale paura esistenziale.

La cultura si struttura intorno alla stabilità e alle onde di cambiamento che la alterano. Mentre in natura sono vissute come passaggi spontanei e in un certo senso annunciati, nella cultura i cambiamenti sono rivoluzioni. Crisi. Profondi e destrutturanti passaggi di confusione che portano a un altro status quo. Perché, quando l’energia dietro a entrambe è la stessa? Perché in natura non c’è il bisogno psicologico che ciò che si ha rimanga tale e quale, che invece è alla base della nostra esperienza di umanità. Vogliamo sicurezza e stabilità a un livello talmente ancestrale e profondo che tutto il resto gira intorno a questo fulcro.

In noi è fortissimo l’impulso a preservare, conservare, mantenere, controllare ciò che potrebbe sfuggire, trasformarsi, rivoltarsi contro.

Quindi chi ha fondato la sua serenità su un impiego fisso e continuativo, non vorrà mai perderlo. Chi ha fondato un’appagante immagine di sé sul suo lato avventuroso, non vorrà mai smettere di viaggiare e fare reportage. Etc. Sono solo esempi per indicare che nel nostro modo di concepire l’esistenza non c’è l’idea della totalità. Non siamo esseri che si concepiscono come totali. Che cioè includano un giro a 360° nella loro concezione esistenziale. Non pensiamo alla vita come a un viaggio intorno al sole che possa offrirci un giro completo. Esposizione ed esperienza di una totalità di gradi e sfaccettature, che costituiscono l’insieme che ci costituisce. Un viaggio completo che è anche una rotazione su se stessi, intorno al proprio fulcro, per farci scoprire e capire chi siamo.

Nella nostra concezione di individuo 2 o 3 esperienze fatte da ragazzino o da giovane bastano a darti un’idea del tuo destino. A partire da queste poi si struttura un cammino, che come la monogamia prevede un itinerario certo. Naturalmente 2 o 3 deviazioni o esperimenti sono consentiti durante il percorso, ma non c’è l’dea dell’esperienza come giro intorno al sole con una totalità di gradi, sfumature e aspetti di noi che potranno emergere, riconoscersi e farsi luce durante il percorso. Non c’è l’idea di un relazionarsi metaforico, letterale e simbolico tra ciò che viviamo e il luogo, lo spazio, il tempo in cui lo viviamo. La coscienza che sottende il nostro Essere. Non c’è un’idea di vita come manifestazione di qualità interne che trovano compimento. Sperimentazione, espressione nell’arco di un tempo che è il loro momento. Qualità che compiendosi poi naturalmente lasciano spazio ad altre qualità che a loro volta avranno modo di esprimersi, concludersi e consentire all’esigenza successiva, alla sfaccettatura seguente, di manifestarsi nel corso di un percorso che attraversa ed esprime la naturale magnificenza del nostro essere fino alla fine del giro.

Questo sarebbe un punto di vista basato sul centro – il fulcro della rotazione – del nostro modo di relazionarci all’esterno durante il moto naturale del nostro essere. Durante il moto rotatorio del nostro giorno, che accade su un pianeta che gira su se stesso nello spazio-tempo, intorno a un centro di luce e potenza vitale.

A nostra immagine.

La cultura invece visualizza un’ascesa che porta a un culmine bidimensionale che inevitabilmente finisce in discesa lungo un’immaginaria linea retta che ci conduce dalla nascita alla morte. Nascita, crescita, espressione, culmine, decrescita, logorio, invecchiamento, morte lungo un itinerario che idealmente crea una linea ascendente e discendente, ma che poi non continua, non chiude il cerchio. E non solo, non è tridimensionale, non è una sfera in cui le esperienze sono sopra e sotto, anche per il lungo – e come spicchi in un’arancia hanno posizioni esistenziali diverse, gusti e sapori a volte incompatibili ma nostri.

Intimamente, psichicamente, fisiologicamente l’idea di una linea retta non ci corrisponde. Siamo piuttosto un orizzonte. La linea circolare che marca il diametro di una sfera. L’orizzonte delinea un mondo o meglio la parte emersa dove principalmente vige l’attenzione. Dove la consapevolezza può farsi spazio, prendere atto del panorama e dello stato delle cose.

Poi ci sono un sopra e un sotto. La volta celeste e la volta terrestre.

In alto le informazioni eteree e il clima collettivo creano una meteorologia e un tempo. In basso il cavo bacino raccoglie le energie telluriche e acquatiche che insieme delineano morfologie specifiche, influenzate costantemente dal tempo che si respira, dal clima e dallo stato vibratorio generale.

A questo somigliamo, ad una sfera. Al nostro pianeta d’adozione.

Somigliamo alla Terra e come essa funzioniamo fisicamente e psichicamente.

Captiamo le informazioni dall’aria, le introiettiamo col respiro – inspirando – e le assorbiamo con la pelle per poi immettere nel circuito collettivo condiviso le nostre informazioni – espirando.

Questo scambio costante è la nostra vita. Dentro e fuori, sopra e sotto, nell’arco di un orizzonte condiviso in cui convivono come cellule molteplici orizzonti individuali.

L’immagine della sfera ha però un difetto. Dietro c’è un’area non visibile. E per una cultura incentrata sulla visione questo comporta un notevole svantaggio. Implica un costante non sapere che nutre e completa ciò che ci accade davanti. Implica il fatto di dover far rientrare il non visto nel quadro cognitivo ed esperienziale che ci contraddistingue. Con pari dignità. E questo turba il nostro modo di sentirci al sicuro. Preferiamo l’immagine della demarcazione. Questo sì, questo no. Preferiamo semplificare ed escludere dall’equazione ciò che non è sotto gli occhi. Non si vede, quindi non esiste. In caso, devi provarmi che c’è.

Come se decidessimo che siccome le stelle di giorno non si vedono, vuol dire che di giorno non ci sono. Come se negassimo che esistono i pensieri perché non li vediamo e riducessimo la comunicazione alle parole. Come se pensassimo che siccome non lo vedo, dietro non c’è più ciò che ho appena superato. Sappiamo tutti che non è così, ma a livello intellettuale e culturale abbiamo deciso di seguire regole simili. Poi nella vita quotidiana ne seguiamo altre, più immediate e intuitive.

A livello della cultura ciò che non si vede non può far parte del livello intellettuale, diventa fede. Questo perché la visione è concepita come unico senso certo e dunque isolata e resa sovrana. Scienza e tecnologia la stanno esplorando in tutto il suo potenziale, ma non riescono a includere la consapevolezza del non visto come elemento fondante, nonostante la struttura stessa dell’atomo mostri quanto vuoto, quanto nulla, lo abiti. Per la logica scientifica il non essere, ciò che non ha forma, consistenza, odore o apparenza non è valutabile, non può includersi nella gamma del sapere con la stessa tranquillità di ciò che è visibile, misurabile e concreto. Questa disparità alla radice del nostro modo di relazionarci all’essere crea uno squilibrio. Se in un sistema due fattori hanno la stessa importanza, non considerarne uno crea squilibrio. Ineguaglianza. Se mi servono due gambe per camminare, non posso dare credito solo alla gamba destra. La sinistra finirà per risentirne e tutta la mia camminata sarà fuori fase.

Se mi servono due gambe per camminare, devo dar loro pari importanza, così che i miei piedi possano poggiare al suolo con la stessa leggerezza, le mie ginocchia flettersi con la stessa grazia. In modo che il mio passo sia equilibrato.

La natura si conforma agli stati di coscienza che la abitano. Ne viene informata, diretta, e prende la forma che quello stato di coscienza le sta dettando. In questo senso si può dire che lo incarna. Così fa il corpo.

Quindi i nostri corpi frutto di una civiltà che plasma e dà valore all’apparenza sono belli fuori, brutti dentro. I nostri corpi sono programmati per una performance che va a senso unico in avanti, spesso lasciando da parte tutto ciò che si trova ai lati, nel senso che nella corsa all’obiettivo è considerato inutile scoprire a fondo tutte le caratteristiche che ci circondano. L’obiettivo è il successo professionale e sociale perché grande importanza si dà all’opinione altrui. L’obiettivo è essere ammirati, invidiati, visti.  È un’esigenza fondamentale e primaria dettata dalla nostra visione del mondo.  Ciò che non si vede non esiste. Di qui l’idea di una vita in linea retta dalla nascita alla morte. Con i suoi alti e bassi, le sue ascese e le sue cadute, tutte iscritte nella concezione di una tendenza ascendente che si manifesta nella prima fase fino al culmine, e che poi si trasforma in deterioramento e discesa.

Moltissime persone non la vivono così, e trovano nicchie, oasi e momenti di profonda ascesa anche in là con gli anni, ma questo è dovuto al loro tocco individuale, non al panorama culturale dominante.

Dove voglio arrivare è che il corpo segue la coscienza dominante. Si è quindi conformato all’idea di una crescita e di un declino. Tutta la fisiologia è programmata all’invecchiamento. Se gli stati di coscienza che lo guidano fossero diversi, saprebbe conformarsi. Ma per questo bisogna cambiare paradigma e arrischiarsi alla visione della sfera. Includere cioè con pari valore, dignità e rispetto ciò che non conosciamo, che non vediamo, che non ha forma, ma ha il potenziale di tutte le forme nella nostra comprensione delle cose.

Dovremmo quindi includere ciò che rifiutiamo, che non vogliamo sapere, che non vogliamo vedere, che ci richiede più rischio e fiducia nell’equazione delle nostre vite. Integrare ciò che abbiamo voluto escludere. Sia in piccolo nel nostro mondo individuale che in grande in quello collettivo, nella cultura che a livello energetico contribuiamo a creare tutti.

 

Namaste*

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