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Madre e Padre, funzioni biologiche e psichiche

Adamo ed Eva di Guido Reni

Con questo articolo voglio esplorare ciò che a livello biologico rappresentano la Madre e il Padre. Oltre all’introiezione delle associazioni culturali che finiscono con l’incarnare.

In natura e in tutto il sistema planetario vige la relazione attraverso la polarità. Cioè in un ciclo continuo di scambio sono evidenti due poli che fungono da estremi. Il caldo e il freddo, l’altro e il basso, l’agire e il ricevere, l’andare avanti e l’andare indietro, il maschile e femminile. Estremi che comunemente la nostra cultura ha sempre trattato come poli antagonisti, non come punti salienti di un continuum. La concezione antagonista però molto velocemente perde la connessione sottile tra le due realtà e le vive come conflittuali. Opposte nel senso di opponentesi. Entrando quindi in una logica > < o l’uno o l’altro. Uno contro l’altro.

La natura invece le concepisce come momenti salienti e funzioni primarie. All’estremo della notte più nera, per arrivare al punto più luminoso del giorno intercorrono un’infinità di gradazioni e sfumature. Tra l’azione estrovertita e il moto che attira a sé e risucchia, ci sono milioni di vie di mezzo, gradi e tipologie di azioni ed intercorsi. In natura il principio femminile è colui che alberga, ospita, chiama a Sé. Il principio maschile è colui che esplora, cerca, feconda, penetra. Ogni essere che sia pianta, animale o minerale, a prescindere dalla sua scala, che sia micro o macro, possiede il continuum tra questi due poli, avendo in sé le sfumature che gli occorrono tra la capacità di espandersi e la capacità di consolidare.

Ogni essere, anche infinitamente piccolo, nel mondo dei microrganismi, ha estremamente semplificata la capacità di proliferare grazie al moto di espansione e a quello di accoglienza e ricezione. Cresce, si moltiplica, nutrendosi di ciò che è fuori di lui o dentro di lui.

Queste due funzioni non sono alternative ma collaborative, operano in sinergia. L’una completa l’altra, la conclude, la rende utile e compiuta. A livello biologico quindi la funzione di espansione e quella di ricezione si legittimano e consolidano a vicenda.

Nel mondo degli umani, c’è una scissione culturale tra ciò che infarcito di mistero e va scoperto: la natura, e ciò che, seppure abbia leggi proprie e possa sfuggire di mano, è più controllato e controllabile: la cultura. Fa meno paura, è più addomesticato. Natura e cultura sono vissute come antagoniste, non come poli ed espressioni necessarie in perpetua comunicazione. Nella nostra cultura, tradizionalmente, l’aspetto ricettivo è ritenuto subordinato. Meno importante. L’azione, l’espansione, ciò che accade in modo da poter essere visto sono le qualità privilegiate. Poiché ciò che è visto da tutti conferisce status, certezza e consenso.

Ciò che accade dentro di noi, nella dimensione privata e invisibile dell’interiorità è qualcosa che va tenuto a bada, controllato e deve passare attraverso un giudizio che valuterà se socialmente accettabile. Nella nostra società quindi molto spesso ciò che ci emoziona e fa vibrare internamente viene distorto e passato al setaccio prima di essere espresso. Spesso non viene autorizzato ad essere esposto, rivelato. Questa pratica che è stata chiamata educazione, ha creato una frattura immensa nella nostra spontaneità. Nel matrimonio perfetto di risposta all’ambiente. Nella purezza della maniera di ricevere e tradurre gli input della realtà. Ciò che si espone deve soddisfare diverse condizioni per poter essere ben accolto. I bambini lo imparano molto presto. Si crea quindi una realtà di facciata, ciò che mostro e condivido, e una realtà interiore che ha sue leggi, sue modalità e molti segreti. Ciò che, tecnicamente, quando risultano molto diverse, chiamiamo schizofrenia.

Questa schizofrenia collettiva che per semplificare si riferisce a una divisione tra ciò che mostriamo all’esterno e ciò che coviamo o nutriamo all’interno, ha in realtà moltissime sfaccettature, frammenti, in entrambi gli ambiti. Parti e aspetti che ormai molto spesso non si conoscono a vicenda, si negano e sono completamente contraddittori.

Originariamente la risposta all’ambiente era diretta e immediata, avveniva ora. E nell’ora, nell’adesso, poteva esprimersi. Questo creava un flusso continuo tra l’esterno e l’interno e tra l’interno e l’esterno. Sia a livello biologico con un’istantanea risposta e un immediato adattamento alle circostanze, sia a livello intellettuale con simili risultati. Ma allora cosa è successo? Qual è la frazione, la sottrazione, la cesura? Che modalità emotiva e riflessiva ha creato questa distanziazione, questo filtro?

La vergogna.

Semplicemente la non accettazione e l’imbarazzo riguardo alla propria intimità, come viene molto bene rappresentato in quelle immagini di Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre.

Masaccio, Cacciata dei progenitori dall’Eden

 

All’origine della nostra cultura c’è la vergogna che la nostra intimità, la nostra interiorità non vada bene, non possa essere mostrata così com’è, subito, spontaneamente. La nostra nudità va nascosta. E che cos’è a livello simbolico che nascondiamo? La nostra capacità ricettiva, la personalissima e unica maniera di percepire e incontrare il mondo. I nostri desideri e le nostre pulsioni. Ma questa capacità ricettiva è una funzione vitale biologica suprema e primaria. Censurarla la inibisce. Viverla come errore o sbaglio la condiziona deformandola. Ciò che accade con la vergogna è una sorta di compressione e di repressione di ciò che spontaneamente sorge nell’incontro, nell’esperienza, nella vita stessa.

Vuol dire censurare la fecondazione che ogni istante immette nella nostra capacità di accogliere il presente. È la capacità materna e ricettiva dell’accoglienza che viene inibita, censurata, repressa. Dunque un polo esistenziale e fondamentale della nostra essenza. Uno dei due pilastri su cui si fonda il ciclo della vita è inibito e ritenuto inferiore. Indegno. Deve prima ricevere l’autorizzazione del giudizio per poter esprimere la sua natura.

A livello profondo della nostra psiche la capacità di ricezione e accoglienza, il polo del materno, del femminile, è ritenuto inaffidabile, va controllato.

E cosa succede a una società che si basa su individui mutilati? Persone che pensano di poter camminare solo autorizzando il passo che compie la gamba destra? Autorizzando solo la razionalità, il controllo, la norma del consenso collettivo? Zoppicano. E tutta la società zoppica con loro. È ciò che accade a questa società e a questa cultura che infatti vacilla e manifesta squilibri e tentativi di compensazione in tutte le sue forme.

L’aspetto materno della ricezione individuale e unica dell’impulso viene talmente messa al setaccio e sottoposta a vaglio, giudizio e censura, da perdere completamente il proprio orientamento e la propria dignità. Quando un aspetto non è legittimato perde la propria integrità, la consapevolezza della propria purezza che lo rende integro. Quando un aspetto è negato o represso non perde solo l’innocenza della libera espressione di sé ma anche la libertà e il diritto di esistere. Si comprime, contorce, deforma. E questo, se da un lato ha fatto parte del nostro percorso evolutivo, dall’altro ha creato tutti i nostri mostri e i nostri draghi. Ha generato l’esorbitante sproporzionata esagerazione della paura e di tutte le sfumature del terrore. Popolato incubi e storie vere di dettagli macabri e pericolosi.

E allora con uscirne? Come ridimensionare ciò che è cresciuto in maniera esponenziale proprio perché represso? Con l’intenzione. La consapevolezza e la volontà di farlo. Uscirne.

Se permettiamo a ciò che a lungo abbiamo tenuto nascosto, al segreto, al recondito, di esprimere e raccontarci che storie custodisce in sé, gli permettiamo di sciogliere la tensione che lo opprime. Se ci permettiamo un contatto protetto e sincero con quelle parti di noi che abbiamo sempre temuto, le liberiamo dall’oppressione del rifiuto. E quando il contatto è intenzionale e onesto, avviene nei tempi e nei modi che possono aiutarci ad integrare, accogliere e accettare ciò che incontriamo. Non ne veniamo stravolti, posseduti o vinti ma liberati. Proviamo il sollievo e la pacificazione di un contatto che doveva avvenire da molto tempo e che rimette ordine tra gli equilibri.

Ogni singolo umano sulla terra ha in sé qualcosa da recuperare, salvaguardare, onorare e accogliere. Un aspetto, un ricordo, che deve riuscire ad accettare e far rientrare nella sfera di ciò che è giusto e lecito. Ogni singola umano sulla terra, a prescindere dall’effettiva circostanza che lo ha creato, ha un vissuto di rifiuto e negazione di qualcosa che lo riguarda da vicino. Qualcosa che è stato ritenuto inadeguato, sbagliato, qualcosa di cui vergognarsi. È ciò che invece sta solo aspettando di essere recuperato, visto, compreso. E cioè accolto nella sfera di quello che legittimiamo.

Oppure perdonato e cioè accolto nella sfera di ciò che non riusciamo a comprendere, ma sappiamo comunque accettare e fare nostro.

Che sia attraverso la comprensione o il perdono, ciò che è stato negato, represso e rifiutato perché ci sia pace va incluso. Questo riporterà l’integrità che serve a un equilibrio basato su un’effettiva armonia e non sulla compensazione di uno squilibrio. Ma ancora più importante è la comprensione dello status mentis che crea lo squilibrio, l’ineguaglianza, la disparità di valore e di rango tra parti di noi che invece sono pensate per essere di pari importanza.

Dopo millenni di cultura patriarcale l’umanità ha sperimentato il disvalore del femminile che fortunatamente per un moto naturale di compensazione di ogni squilibrio sta ora via via offrendosi alla consapevolezza di molti. Il principio di auto regolazione di ogni organismo porta inesorabilmente in luce i meccanismi che gli servono per prosperare. Per garantirsi non solo la sopravvivenza ma la dignità del benessere. E quindi anche a livello culturale.

Il grande organismo della cultura sta infatti evolvendo verso una versione di sé che includa la comprensione delle qualità ricettive e magnetiche del femminile e della terra. La terra infatti incarna per antonomasia le proprietà dell’accogliere, del chiamare a sé, dell’avere in gestazione e del saper nutrire che sono legate alla figura della Madre.

E infatti. Guardate come l’abbiamo trattata! Come non l’abbiamo considerata. Insudiciata, riempita di veleni e di scorie. È arrivato il tempo di un pensiero che sappia essere ecologico non solo nei riguardi degli ecosistemi fuori di noi ma anche di quelli che portiamo in grembo. Un pensiero che sappia includere il sentire e che non sia il mero soppesare di un profitto a senso unico. Un pensiero ricco e completo che integri in sé la sensibilità e la ricettività che, a prescindere dal nostro sesso, abita il nostro lato femminile e il ragionamento proiettivo che contraddistingue il nostro maschile. Un pensiero evoluto e consapevole delle conseguenze del suo operato, che sappia tenere in conto effetti collaterali e risultati a lungo termine. Un pensiero generoso che sappia trasmettere salute e bellezza alle generazioni a venire, senza bruciarsi nel voglio tutto e subito. Perché senza la lungimiranza, senza la sensibilità che argina l’ardore della conquista, questa diventa cieca e distruttiva.

Un aspetto senza l’altro, crea lo squilibrio dell’eccesso. Perde l’equilibrio, il centro, la sacralità del ciclo, e invece di onorare ciò che lo nutre, lo distrugge.

 

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Nell’immagine di apertura, Adamo ed Eva di Guido Reni.

 

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