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Equilibrio ed ecosistemi al tempo del Coronavirus

Quando ero ragazzina, l’immagine di un pittore e matematico rinascimentale intento a definire coi suo strani marchingegni un campo prospettico, senza che ne comprendessi pienamente il perché, mi sembrava racchiudesse un grande segreto della vita. Ho poi capito che rivelava ai miei occhi il meccanismo della proiezione di un punto di vista che ritaglia e così definisce ciò che vede della realtà.

Il pittore rinascimentale guardava il mondo attraverso un piccolo foro e il riflesso di uno specchio che gli offriva un unico punto di vista per consentirgli di farne una rappresentazione fedele. Isolava un pezzo di mondo e lo fissava solo da lì.

Guardando il mondo attraverso il suo buchetto o attraverso griglie concepite per inquadrare lo spazio, il pittore faceva in piccolo ciò che tutti fanno quando restano attaccati ad un punto di vista unico e fisso, che ha il pregio di sembrare sicuro e dare l’illusione di poter controllare la realtà, ma che in fondo estrapola dalla complessità un solo approccio. Inserisce nel continuum della vita quei principi che possono fissarne alcuni aspetti. Così che sembra che stiamo scoprendo qualcosa di fronte a noi, ma in realtà ve la stiamo proiettando, perché ritagliamo dal contesto ciò che risponde ai nostri criteri e tralasciamo tutto il resto. Una modalità che ha funzionato molto bene per l’architettura, le scienze e le possibilità della rappresentazione nell’arte, non altrettanto bene per restituire la delicata complessità e gli equilibri del corpo, della psiche e della Vita.

Dunque senza accorgercene invece di captare ciò che appare, proiettiamo le nostre convinzioni e le nostre impostazioni per poi illuderci che le stiamo vedendo e che siano esse a presentarsi ai nostri occhi.

Ero ragazzina negli anni 70/80 e la consapevolezza collettiva a quel tempo viveva secondo un’interpretazione della realtà in cui tutto era separato e scisso, senza soluzione di continuità. Persino causa e effetto sembravano due punti isolati che oltre all’oggettiva influenza dell’uno sull’altro, non avevano niente in comune. Il pensiero amava ritagliare elementi e distinguerli gli uni degli altri, perché questi erano i dettami che lo facevano sentire scientifico. Le persone si aggrappavano a un’intelligenza che per distinguersi si complicava. E in un certo senso essere complicati faceva sembrare intelligenti. Isolare concettualmente per poter meglio analizzare. Isolarsi fisicamente per sentirsi moderni nel vero senso della parola, liberi e single. Isolare i pro e contro per prendere una decisione. Isolare un aspetto per semplificare. Isolare è sempre piaciuto molto alla nostra società. Forse adesso un po’ meno.

Quando si guarda un sintomo o una situazione psicofisica con Bodytalk – e in generale con quegli approcci che sappiano contestualizzare e guardare l’insieme invece che isolare la singola parte – ci si chiede: in che situazione ti sta mettendo? Che cosa sei obbligato a smettere di fare o sei costretto a fare data questa condizione? E questa domanda consente di aprirsi la strada verso la comprensione di un obiettivo che il corpo inteso come ecosistema ha la necessità di imporci per ripristinare l’equilibrio.

Penso che il corpo e la mente siano ecosistemi che appartengono a ecosistemi più grandi, quelli sociali, collettivi e naturali. Penso alle persone come a cellule di organismi più complessi e molteplici che abbiamo chiamato specie, ma che fanno anche parte di altri insiemi, primo fra tutti quello della coscienza del nostro pianeta.

Ogni ecosistema, come nella teoria degli insiemi, fa parte di altri ecosistemi e il tutto è sempre maggiore della somma delle parti. C’è una logica esponenziale e radiale che si mette in opera con la molteplicità e con l’appartenenza. Ma anche una necessità interna naturale e relazionale di armonia e di equilibrio.

Nella mia vita dunque quella domanda così utile a collocare e comprendere qualcosa che di fatto può essere anche sgradevole, non si applica solo all’insieme più piccolo, ma a tutte le situazioni più complesse. Agli insiemi più grandi e ai flussi della Storia, della Società, dell’Economia, dell’Universo, del Cosmo e della Vita stessa. A tutti quelli che in un modo o nell’altro sembrano essere segnali. Dal momento che ciò che nel contesto psicofisico viene definito sintomo, in macro può venir semplicemente chiamato segnale. La loro funzione è la stessa: esprimere e poter dare voce a pressioni interne, così da ripristinare un equilibrio grazie alle circostanze che comporta.

In che situazione ci sta mettendo? Che cosa impedisce? Che cosa consente di esprimere questo evento? Che cosa vuole la Vita ora? Che equilibrio le serve ripristinare?

Ogni ecosistema vive di equilibri e ad ogni eccesso serve una compensazione.

In che situazione ci sta mettendo? Che cosa ci impedisce e che cosa ci impone? Che cosa vuole da noi questo Coronavirus? E come sta aiutando a riportare l’equilibrio necessario a tutto l’insieme, al nostro ecosistema? Ai nostri ecosistemi. A noi stessi come persone, famiglie, collettività. Alla specie nella sua interezza. Alle relazioni con le altre specie e con il resto della vita sul pianeta?

Ci ha chiuso in casa. Dentro. A tu per tu con il nostro nucleo primario. E prima o poi ci costringerà a vederlo, a guardarlo per bene negli occhi.

Impedisce la circolazione delle persone imponendo l’arresto di gran parte della produzione.

In poche settimane ci ha mostrato che quello che sembrava impossibile è già accaduto: l’inquinamento è notevolmente calato.

Ha riunito persone e famiglie offrendo loro quello che avevamo confuso con il denaro: tempo.

Il tempo di stare insieme, rilassarsi, relazionarsi davvero. Il tempo di darsi tempo e uscire dal meccanismo del fare e della fretta. Sostare, stare, trovare il centro. Trovare un senso dopo lo sconcerto iniziale. Elaborare. Trovare un senso a questo nonsenso che paradossalmente è la quotidianità febbrile che abbiamo vissuto finora e che questa sospensione riesce finalmente a mostrarci, risvegliandoci da una sorta di trance collettiva. Aiutandoci a vedere come poter rimettere le cose in ordine. Abbiamo tempo, possiamo pensarci.

Sicuramente per alcuni le dinamiche interne di antagonismo, proiezione, vittimismo, lamento, eterna insoddisfazione e cronica incapacità di comprendere la responsabilità come abilità che fortifica e rende sovrani, sono talmente radicate da essere assolutamente automatizzate. Vanno da sole e governano ogni possibile modalità di risposta. Ma il Coronavirus non ha fretta, offrirà loro il tempo che gli serve per fare un passo indietro dal dare tutto per scontato e basare tutto sulla fissità di un punto di vista che non evolve, non cresce, non ascolta e che soprattutto ignora la risultante di ciò che produce intorno a sé. Non gli interessa. Ciò che conta è il proprio piccolo riquadro personale, l’aiuola privata dell’immediato tornaconto personale.

Cos’altro ci consente o ci impone? Questa pandemia sta facendo concretamente affiorare e dunque esprimere a livello di massa la paura dell’altro. Mi farà male, non mi fido, meglio tenermi a distanza. In psicoterapia è normale comprendere questo passaggio come liberatorio. Se una paura latente o repressa viene vissuta e portata alla luce, guarisce. Esprimendosi, si libera e la persona – o le persone – la società, la cultura, la storia possono andare oltre.

Il Coronavirus è invisibile. Non si vede a occhio nudo e moltissime persone che lo trasmettono, forse la stragrande maggioranza, non sanno di averlo e non presentano sintomi. È mimetico e sa nascondersi bene.

Si propaga velocemente e il fatto di porsi la questione se siamo o meno positivi, se potremmo a nostra insaputa trasmetterlo, consente di prendere coscienza dell’enorme impatto che possiamo avere e di fatto abbiamo su chi ci sta intorno.

Anche questo andava espresso perché viviamo in una società che ci ha educato a pensare che non possiamo fare la differenza, che lo sforzo del singolo si perde nell’insieme. Mentre ciò che la natura ci sta mostrando è che ogni persona può influenzare – o infettare – moltissime altre. Ognuno di noi ha un impatto decisivo sull’ambiente circostante e la responsabilità di prenderne coscienza. Ognuno di noi uscirà da questa esperienza con il risveglio di questa consapevolezza ben tatuato sulla pelle. La coscienza di poter fare la differenza, come quella ragazzina che andava tutti i venerdì da sola fuori dal parlamento svedese in nome della Terra.

E dunque la società che verrà domani, dopo il Coronavirus, quando ci risveglieremo e l’epidemia sarà passata, sarà costituita da individui molto più consapevoli dell’apporto che possono offrire all’insieme e di come le loro scelte influenzino gli equilibri di tutto il sistema. L’ecosistema. Politico, economico, sociale.

Saranno anche persone che avranno più coscienza di far parte di un insieme, di una specie, con le stesse esigenze, fragilità, necessità e speranze di equità e sicurezza.

Saranno e saremo persone che potranno cominciare a sentire il Noi come una risorsa comune non tanto da anteporre all’interesse personale, ma da comprendere come una sua estensione arrivando a creare una forma mentis in cui il personale e il collettivo non sono più in conflitto. Una prospettiva in cui l’Io e il Noi possano fare parte di insiemi che sono tra loro in equilibrio ed armonia. Prima di tutto mentalmente ed emotivamente nella prospettiva che proiettiamo sulla realtà.

Così da creare una prospettiva comune in cui la condivisione del benessere è compresa e voluta dai singoli. Per garantire l’equilibrio di tutto l’insieme, oltre che per la soddisfazione di sapere che ciò che facciamo tiene in debita considerazione gli altri, l’ambiente, la giustizia, i risultati delle nostre azioni e l’ascolto di ciò che serve per l’equilibrio dell’ecosistema (naturale, sociale, finanziario).

Permettendoci di andare oltre la mentalità del mero tornaconto personale. Di superare ciò che è stato culturalmente sistematico pensare finora. Quasi fosse una fase un po’ imbarazzante e immatura di una civiltà che si aggrappava ad una visione del mondo basata sul profitto, diventata ormai obsoleta.

Facciamo in noi stessi questo passaggio.

Osserviamoci mentre pensiamo ed agiamo – alleniamoci a farlo – così da non perpetuare senza accorgerci, in automatico, ciò che abbiamo sempre visto fare, pensare e proiettarsi intorno a noi. Possiamo proporre qualcosa di nuovo e cominciando dal nostro piccolo giardino influenzare l’insieme. Contribuire al cambiamento di paradigma che serve alla società e al pianeta.

Vorrà questo da noi il Coronavirus? Sicuramente. Questo e molto altro. La sua missione è riportare l’equilibrio. Risvegliarci dalla trance dell’automatismo ereditato, perpetuato e quotidiano. Offrirci una pausa forzata per interrompere l’inerzia concettuale in cui eravamo sprofondati e farci fare un salto evolutivo.

Probabilmente a.C. e d.C. nella nostra epoca indicheranno il prima e il dopo del Coronavirus. Perché sicuramente né noi né la nostra società saremo più gli stessi.

Tutta la Terra all’unisono sta fronteggiando le stesse situazioni con piccole increspature temporali annunciate. Ogni umano può trascendere i suoi confini geografici e sentirsi per la prima volta globo, in un senso che non è né commerciale né economico, ma solidale ed umano.

Chiudendoci in casa il Covid19 ci invita a farci un bel lavaggio di coscienza, guardarci dentro e vedere se siamo abbastanza generosi da perdonarci e accogliere quello che troviamo. Nella quiete o nel frastuono delle nostre case, nell’assetto delle nostre relazioni che sono anche le nostre proiezioni primarie, quelle familiari.

Isolandoci nelle scatolette dei nostri appartamenti, ma anche in quelle dei nostri telefonini e televisori – oltre alla sacrosanta necessità di volersi tenere informati, vivi, curiosi – ci costringe ad immergersi fino alla nausea nelle proiezioni del nostro mondo. A oltranza.

Finché col tempo – il Coronavirus ha tempo – probabilmente qualche gioco di ruolo potrà rendersi consapevole e venir smascherato, trasmutato e lasciar spazio al nuovo. Sia nell’immagine più o meno contraffatta che diamo di noi al mondo sui social, sia con i giochi di ruolo che interpretiamo nelle dinamiche di famiglia e nelle reazioni stereotipate che abbiamo affibbiato al nostro essere libero e cangiante in nome delle circostanze e del carattere.

La saturazione, l’eccesso, la ripetizione ossessiva, dopo un certo punto, devono per forza venir controbilanciate da una forza uguale e contraria che a livello della personalità significa riuscire ad accedere a risorse nuove e inesplorate. Funziona così l’equilibrio e la natura applica le sue leggi.

È questo quello che il Coronavirus vuole da noi? Sicuramente. Questo ed altro ancora.

La noia, la ripetizione e la sosta prolungata nella stessa situazione obbligano l’ingegno ad aguzzarsi. Ingegnarsi. Non solo nell’ottica di distrarsi e passare il tempo per non pensare, ma per contribuire. Poiché sarà sempre più chiaro che ognuno di noi può fare qualcosa per il tutto. E dunque che gli ingegneri usino questo tempo per ingegnarsi con progetti che apportino soluzioni inedite all’impasse che bloccava il pensiero sui binari di una tradizione convenzionale e arcaica e di una mentalità insostenibile.

Che i biologi s’ingegnino con nuovi materiali biodegradabili resistenti ed ecocompatibili! Che gli economisti trovino nuovi modelli di riferimento! Che provino a captare cosa suggerisce il silenzio.

Che tutti ascoltino l’ispirazione della vita e ritrovino la complicità di quella quiete che è scesa sulle nostre città per zittire il frastuono a cui c’eravamo assuefatti. Quel caos esterno che non faceva che rispecchiare la nostra confusione interiore. Come società e come singoli, persi a furia di trovarsi in un sistema di riferimento miope, ingiusto ed insensato.

Che questo isolamento riesca a fare proprio quello che intende, che riesca dunque ad avvicinarci a noi stessi. A farci fare spazio, vuoto. A riordinare le priorità, ma soprattutto a ridestare la complicità e il contatto con la propria intimità e con la propria essenza. A rilassarci per davvero e a ritrovare la centralità cui ognuno ha diritto per definizione quando sta al centro del suo cerchio perfetto.

Che questo silenzio riesca a penetrarci e ad ispirare in noi il prossimo passo collettivo di cui saremo fieri di poter far parte!

Che questa rinnovata solidarietà per le persone che stanno male e che subiscono le conseguenze più crude del virus possa aiutarci a voler davvero cambiare rotta quando sarà il momento di celebrare la fine di un periodo così inverosimile e pazzesco.

Questo virus ci sta anche mostrando che nulla è impossibile e che la realtà può superare ogni immaginazione. Che questo valga anche per il tempo che seguirà e per il rinnovamento epocale che si sta preparando!

Tanti anni fa mi ero inventata una frase, che attribuivo a mia nonna perché sembrasse plausibile detta da una ragazzina: attento a quello che dici perché la vita ti ascolta e saprà offrirtelo.

E allora pronunciamo sogni di utopie realizzabili e nutriamoli con il nostro esempio. Ma per farlo bisogna prima voler dipanare la confusione e la discordia interiore. Allearsi con le proprie paure e accettarle per smettere di proiettarle su chi ci circonda. Accorgersi di quello che ci divora e imbandirgli la cena per poter impostare una conversazione. Capirsi. E accettare anche quelle parti di noi con cui abbiamo sempre giocato a nascondino. Perdonare quel che c’è da perdonare e amarsi abbastanza da voltare pagina. Lavorare concretamente alla possibilità di incarnare ciò che di più bello possiamo essere per noi stessi e per gli altri. Uscire dalla logica dello sfruttamento e della mancanza. Cogliere quest’occasione.

La vita ci ascolta e saprà offrircelo.

Anche se ora sembra vero il contrario: che la vita abbia voluto zittirci un po’ per ascoltarci cantare dai balconi, invece che parlare di soldi, preoccupazioni, falsità e lamenti. Invece che lasciarci scivolare nel vittimismo e nell’ossessione monotematica di personalità che si sono aggrappate a ciò che gli altri hanno approvato e concesso. O che loro stessi hanno creduto di vedere guardando la realtà, che per natura è sorprendente e cangiante, dal buchetto di una prospettiva invariabile.

E viceversa! Ascoltiamo che cos’abbia la vita da dirci in questo silenzio così vasto che aleggia nelle nostre città e che vuole solo trovare il suo spazio nei nostri cuori.

 
 

26 marzo 2020

 

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L’immagine d’apertura raffigura il Fiore della Vita, un antichissimo simbolo che ha lasciato tracce in ogni continente. Seguono illustrazioni sui dispositivi prospettici e sulle proiezioni geometriche trovate in rete di cui ignoro gli autori e foto di Greta Thunberg, prima da sola davanti al parlamento svedese e poi in piazza durante alcune manifestazioni Fridays for Future.


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A chi volesse riprodurre parti o idee espresse in quest’articolo, è chiesto per correttezza di citare la fonte e mettere un link a questa pagina. Grazie!

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