Blog

Gestire le emozioni durante la quarantena, il metodo Fast Reset, qualche appunto per adulti e bambini

Giorni fa mi ha molto colpito un video in cui un bambino di 4/5 anni esasperato dalla quarantena, sbuffa cercando alternative, completamente in crisi dall’isolamento forzato. Si è stufato e si sta giustamente sfogando. Vuole andare al parco, vedere il nonno, uscire! La madre, mentre lo sta filmando, continua a ripetere che non si può uscire di casa per colpa del virus. Rinforzando il divieto però, rinforza anche il senso d’impotenza, sconcerto ed esasperazione, che evidentemente anche lei sta provando.

In modo del tutto comprensibile, sembra infatti “bloccata” a livello della constatazione dell’ineluttabilità della situazione e dunque non trova in sé le risorse per sbloccare la crisi del figlio. Così da aiutarlo a spostare l’attenzione su qualcos’altro e incanalare quell’energia e quella vitalità, cui il piccolo deve poter dare sfogo. Se così non fosse, le verrebbe naturale trovare soluzioni, che anzi le si offrirebbero alla mente spontaneamente.

Purtroppo certe emozioni hanno il potere di bloccare il flusso di risorse che potrebbe farci risolvere con facilità ciò che si presenta, mantenendoci in stato di blocco. In realtà è una modalità che aiuta a proteggersi da realtà ritenute ingestibili, fissandoci in una sorta di campana di vetro volta a salvaguardarci. Ma alla lunga se non viene processata e compresa, finisce per impedire la nostra connessione con il flusso della realtà. E soprattutto a farci restare lì, impedendo l’evoluzione di altre risposte emotive e cognitive.

In un certo senso l’emergenza Covid19 – che ha sovvertito tutti i nostri criteri facendoci sentire impotenti – ha creato in molti questo tipo di risposta. Un blocco dovuto allo sconcerto e allo shock. Con i giusti strumenti è però possibile trasformare e ottimizzare la propria modalità di relazione a una situazione così estrema, inverosimile, inaspettata e paradossale.

FAST RESET
C’è una meravigliosa tecnica di deprogrammazione emozionale, molto efficace, chiamata FastReset ideata dalla Dott. Maria Grazia Parisi, che ha compreso il ruolo biologico delle emozioni, la loro gerarchia e le modalità con cui si creano in noi blocchi emozionali. Si tratta di una tecnica semplice, veloce ed efficace di spostamento dell’attenzione per deprogrammare l’organismo dalle risposte emotive già registrate in noi, che filtrano la nostra vita relazionale e percettiva. Quelle che amplificano, rendendoli insopportabili, momenti irrisori. Quelle che ci fanno proiettare sugli altri e sulle situazioni dei maremoti, quando in realtà niente di quel che accade avrebbe potuto causare un tal cataclisma. Quelle che ci fanno soffrire.

Nel servirsi del Fast Reset è fondamentale comprendere gli obbiettivi delle emozioni, il loro ruolo e il contesto in cui sorgono in noi – proprio per aiutarci a navigare la realtà – offrendoci quello che ci occorre in una data situazione.

Per approfondire questo tema – incredibilmente utile nel far ritrovare un’autonomia cognitiva ed esistenziale, libera dalla dittatura di emozioni che comandano loro – rimando al sito della Dott. Maria Grazia Parisi, autrice di diversi libri per l’autotrattamento e docente di frequenti corsi di formazione per imparare il metodo.

FastReset è semplice e pratico e può affiancare qualunque modalità operativa. Sarebbe per es. di grande supporto a tutti gli operatori sanitari che in questo momento stanno lavorando in condizioni valorose ed estreme, emotivamente strazianti. Un metodo che sarebbe utile diffondere in tutte quelle situazioni di primo soccorso, aiuto, accoglienza, psicoterapia, in cui purtroppo, spesso, gli operatori non hanno veri strumenti per risolvere il trauma a livello della sua registrazione organica e quindi finiscono per girarci intorno verbalmente, senza dissolverlo. Offrendo comunque un momentaneo sollievo, dovuto alla verbalizzazione e alla consapevolezza che ne deriva, ma senza riuscire a cancellare dalla memoria organica quel programma emotivo, che quindi continuerà nel tempo ad agire indisturbato.

Il corpo attraverso le sue esperienze e relazioni con l’ambiente, impara delle strategie di sopravvivenza, le registra e poi è condizionato a ripeterle.

Premettendo che il compito del cervello è quello di dare un senso a ciò che accade, la tecnica prevede una frase d’integrazione che spieghi al cervello che cosa una certa emozione voglia aiutarci a fare e/o risolvere. Ma nel momento stesso in cui avviene la comprensione cognitiva, il cervello viene distratto con uno spostamento dell’attenzione. Questo provoca l’immediata e progressiva dissoluzione della carica emozionale che provavamo prima. L’intensità dell’emozione cala notevolmente fino a che, ripetendo più volte la sequenza, si arriva a un rilassatissimo zero.

A quel punto non siamo più le vittime che subiscono una risposta emotiva come fosse una dittatura sulla psiche. Un sequestro di persona. Nel processo si sono potute sciogliere le catene del vissuto che creava angoscia, panico, rabbia, ansia, etc. così che, in parallelo, nuove prospettive e nuovi approcci sono potuti sorgere spontaneamente.

Nuove prospettive!

DECORSO NATURALE
Nei casi di shock, amplificazioni esagerate e sovrapposizioni emotive irrisolte, FastReset è senz’altro la miglior tecnica che conosco. Come anche nella deprogrammazione di ogni risposta emotiva ritenuta problematica. Limitante. Ma quello che mi preme qui è la possibilità di comprendere e gestire le emozioni come fatto naturale – nell’immediato – e di capire il loro scopo, così che possano ritrovare la fluidità che gli è propria, senza venire ingigantite, accumulate o esasperate.

Per esempio non dobbiamo per forza restarci dentro troppo a lungo… per processare un’emozione bastano pochi minuti! Basta viverla. Contattarla senza volersi sottrarre.

Pochi minuti sono il tempo che occorre per processarla. In questo tempo l’iperbole naturale dell’emozione debitamente espressa, vissuta e ascoltata può fare il suo corso e confluire in un’azione che la liberi e ne soddisfi dunque le finalità.

CAPIRE LE EMOZIONI
Le emozioni vogliono innanzitutto essere espresse. Dunque non represse, non sedate. Hanno una loro curva naturale per cui dopo il crescendo iniziale, tendono a dissolversi se il loro scopo viene recepito e agito. È come se le emozioni fossero la tavolozza dei colori con cui interpretiamo e dipingiamo il mondo. Servono a esperire ed esprimere la nostra relazione con noi stessi e con ciò che ci circonda. Fluttuano ad una velocità che somiglia a quella dell’acqua, perché per così dire hanno una natura un po’ liquida. Quindi possono trasformarsi velocemente. Basta poco. E questo gioca a nostro favore.

Bisogna però comprenderne lo scopo visto che ogni emozione traduce una risposta biologica sensata per la situazione in cui ci troviamo.

Per es. lo sconcerto mi protegge e mi blocca, la paura mi ferma, la rabbia vuole che io vada avanti e smuova una situazione o rimuova un ostacolo. Anche fisicamente porta energia alle braccia perché io possa fare qualcosa. La tristezza vuole che io prenda contatto con la mia intimità e mi arrenda, lasciando andare, prendendo atto della perdita. Tende quindi a creare anche rilascio muscolare. La gioia vuole spronarmi a condividere, farmi tuffare nel mondo. È il corrispettivo, complementare e contrario, alla tristezza. Cerca di farmi andare fuori e mi invita al contatto con gli altri. Mi rende tonica. La noia invita a trovare stimoli nuovi, a seguirli, perché evidentemente ci siamo arenati. Fisicamente mi abbatte e fa sentire inerte. L’allerta mi fa strabuzzare gli occhi e tende i miei muscoli perché io sia pronto a scattare. Vuole che io noti ogni possibile dettaglio di ciò che mi circonda, perché potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte in un ragionamento biologico di sopravvivenza.

Non sto cercando di essere esaustiva, ma di offrire la consapevolezza che le emozioni hanno uno scopo e che servono a mantenerci in equilibrio. Nel qui ed ora della situazione in cui siamo. Necessitano però di essere prese in considerazione ed espresse. Non rimandate, non represse. Non esacerbate, sottolineando per es. solo la prospettiva che ci spiazza, l’ostacolo o il problema.

Le emozioni vanno vissute, vale a dire espresse e subito dopo agite. La loro natura è quella di richiedere un’azione. E-mozioni. Reclamano un moto. È il loro scopo. Nel presente l’indicazione che offrono deve essere agita. A livello del vissuto basta non sfuggirgli. Viverle. Invece di fare finta di niente, cercando di non sentirle.

E-MOZIONI = ESPRIMERLE + AGIRLE

Una volta data espressione e ascolto all’impulso emotivo, questi è pronto per essere trasformato e confluire in un’attività. Essere semplicemente agito. C’è una sorta di iperbole con un inizio, una crescita e una fine che porta a un’azione concreta. Questo era se non altro l’intento in natura.

Poiché la nostra cultura ci ha invece insegnato a reprimerle, ognuno di noi, chi più chi meno ha un bagaglio emozionale irrisolto – vedi FastReset – che è pronto ad attaccarsi e aggravare qualsiasi emozione in corso. Ma il fatto di poter spostare l’attenzione dal dominio del sentire al dominio del fare consente di dare comunque sfogo allo scopo biologico dell’impulso emozionale.

Per esempio, consideriamo il pianto come la culminazione e il rilascio della tristezza, l’azione cui essa indicava. Che cosa ci offre il pianto? Sollievo. Così ogni azione appropriata allo scopo dell’emozione offrirà sollievo. Bisogna solo capire il criterio naturale e collegarsi senza timore alla propria intimità per individuarlo. Il sollievo apportato dal pianto, che è culmine e azione della tristezza, porta una nuova prospettiva e un senso di chiarezza.

Qualunque iniziativa appropriata si faccia seguire all’espressione di un’emozione soddisfa lo scopo dell’emozione stessa offrendo un senso di compimento. Creando in noi una sorta di radura e di schiarita che consente di vedere le cose sotto un’altra luce e fa spontaneamente insorgere nuove possibilità, prospettive e ispirazioni. Un nuovo punto di vista.

Ma quante volte invece, volgiamo l’attenzione altrove e ci tappiamo le orecchie per non sentire quel che stiamo provando, quello che il corpo ci sta dicendo nel suo linguaggio emotivo? Siamo completamente condizionati a ignorare gli impulsi interni e a fingere che no… non è niente. È questo atteggiamento che va innanzitutto deprogrammato nel quotidiano. Prendendo coscienza del significato e del suggerimento che ogni emozione ci sta offrendo…

La necessità di prestare attenzione a qualcosa d’interno o esterno che va rivalutato. Messo a fuoco.

RIMETTERE A FUOCO LA SITUAZIONE
Forse in definitiva è proprio questo l’obiettivo e il risultato comune di tutte le emozioni. Indurci ad un agire che ci sposti anche nella nostra prospettiva, facendoci vedere la situazione in cui siamo da un’angolazione diversa. Facendoci cogliere dettagli diversi della realtà che ci circonda. Una prospettiva che includa per es. la possibilità di un pericolo, se di colpo vengo agghiacciato dalla paura in un bosco o il bisogno di una novità, se sono atterrato dalla noia sul divano. In entrambi i casi devo far ricorso all’attenzione ricollegandomi all’ambiente esterno per rivalutarlo e capire se c’è qualche fattore che non avevo visto o considerato. Un orso dietro l’albero o un nuovo libro sullo scaffale.

Viste così – fuori dal contesto convenzionale, ma anche da quello patologico – le emozioni sono indicatori della necessità di un upgrade: un aggiornamento al momento presente in stretta relazione con ciò che ci circonda.

NECESSITÀ DI UN UPDATE/UPGRADE = EMOZIONE

Le emozioni sono dunque indicatori della necessità di ricollegarsi all’ambiente esterno e riconsiderare ciò che accade da un altro punto di vista… sta a noi capire quale. E poiché sono comunque uno strumento naturale, con un po’ di allenamento, è possibile ritornare a usarle correttamente.

In natura quando una funzione non è utilizzata si atrofizza, quando è fraintesa si distorce.

A livello di società abbiamo represso e soppresso l’espressione emotiva deviandone la spontaneità e l’accuratezza, sia a livello collettivo che individuale. Con la debita centratura, dobbiamo dunque poterci disfare dei nostri pregiudizi al riguardo e accettare le emozioni per quello che sono. Coglierne la natura e il messaggio.

Viverle come compagne di viaggio molto più intuitive e veloci di noi, legate strettamente all’ambiente e alla comprensione di ciò che ci avvolge, oltre il livello di soglia della nostra consapevolezza e attenzione. Compagne di viaggio privilegiate che ci stanno indicando una soluzione, la necessità di un salto prospettico da tradurre al più presto in azione.

Ma come capire qual è lo scopo cui allude un’emozione?

Di solito è evidente, posto che si abbia anche una sorta di onestà nel saper guardare. È la prima cosa che ci viene in mente. Posto che il bagaglio emozionale non sia saturo, cioè in totale controllo del nostro mondo psichico. Ma questo accade per le emozioni così aggrovigliate da essersi rese ormai patologiche, quelle che consideriamo già un problema. Quelle che abbiamo già fissato, giudicato e definito.

Per le altre c’è ancora una libertà di una fluttuazione più gestibile. Dunque nella gestione relazionale di spazi e tempi per es. durante la quarantena, in cui possono sorgere piccoli o grandi nervosismi, quanto detto può decisamente offrire la consapevolezza che serve per trasformare la situazione invece che sentirsene frustrati – subendola o ingigantendola.

Cosa vuole quest’emozione da me? Può essere la semplice frase che a livello basico può dare indicazioni. Va però chiesta in uno stato di centratura e di ascolto – cioè onestà – per poterci dare risposte soddisfacenti. Indicazioni che sappiano individuare come arrivare all’azione corretta.

Ma cosa succede se io voglio proprio fare una cosa che non posso fare?

Voglio uccidere mia madre che passa l’aspirapolvere incurante del mio bisogno di concentrazione. Tiro un pugno sul cuscino e dopo glielo dico. Probabilmente il tono della mia voce sarà meno stridulo. Ma dipende anche da quante volte ho tappato quello stesso nervosismo dentro di me, inghiottendo invece di esprimere ed agire. Dipende se cerco la pace o la guerra. In ogni caso mi sono messa le cuffie. Dice che le servono solo 5 minuti, così nel frattempo sto tranquilla.

Voglio uscire, ma sono in quarantena. Questo può farmi infuriare, rattristare, annoiare a seconda dei momenti. Il bambino del video voleva andare a trovare suo nonno. E veniva messo di fronte all’impossibilità di poterlo fare. Più e più volte. Questo esasperava la situazione senza risolverla. E dunque cosa fare?

SUBLIMARE.

Siamo essere creativi dotati di immaginazione e viviamo comunque il 90% del nostro tempo in una qualche finzione narrativa. Tanto vale approfittarne per portare concordia.

Se non posso andare a trovare il nonno, posso fargli una telefonata, un disegno che descrive il momento in cui ci incontreremo. O posso fare una recita in cui il papà o la mamma fanno finta di essere il nonno e io li abbraccio. Oppure parlandone, salta fuori che voglio andare dal nonno solo perché la strada che va da lui passa attraverso i giardini. Allora proveremo a ricreare in casa un parco giochi. Che ognuno si inventi quello che vuole, ma l’idea è proprio quella. Agire lo stimolo che l’organismo sta indicando come necessario all’equilibrio e ad un’adeguata relazione con l’ambiente.

I BAMBINI
Sono sicuramente più disponibili al cambiamento degli adulti e quindi si adattano meglio, in generale. Non hanno ancora deciso che schemi fare propri, almeno in parte. Per loro la crescita e dunque il divenire sono un fatto quotidiano. Il cambiamento è parte integrante del loro modo di essere. Mentre gli adulti hanno già stabilito molti più spazi statici e definizioni del loro carattere e delle loro esigenze, eccezioni permettendo. Di fatto però i bambini assorbono completamente il campo morfogenetico ed emotivo dei loro genitori, quindi quanto appena detto è sia vero che falso. Dipende. In ogni caso meglio prevenire che curare.

Ecco qualche linea guida per aiutare i genitori durante la quarantena a trasformare un periodo di confinamento in opportunità, scoperta e sodalizio.

FUORI DELL’ORDINARIO
Siamo in un periodo straordinario, nel senso di extra-ordinario, fuori dell’ordinario, che quindi necessita di risposte straordinarie. Sicuramente non basta mettere i bambini di fronte al video o pretendere che si accontentino dei soliti giochi. O fare quello che si faceva prima.
Inoltre se i bambini assorbono tutte le proiezioni e le emozioni più o meno consapevoli dei loro genitori, è anche vero che i genitori proiettano sui loro figli tutto il loro mondo inconscio, senza per l’appunto accorgersene. Questo vuol dire che la loro lettura delle espressioni dei figli è filtrata e interpretata attraverso gli occhiali del proprio bagaglio emozionale. Probabilmente nel video in questione se la madre avesse avuto gli strumenti di FastReset avrebbe potuto trattare il suo sconcerto e la sua impotenza e accedere così a risposte più creative, iniziative concrete, proposte gioco. Avrebbe potuto spostare il punto di vista e vedere tutta la situazione da una prospettiva diversa, rilassarsi, aiutando così suo figlio a ritrovare un po’ di curiosità e coinvolgimento in qualche attività o storia. Lui voleva semplicemente qualcosa di interessante da scoprire.

Quello che ci appassiona degli altri e dell’incontro con il mondo è l’imprevisto, il fatto che vi scopriamo sempre qualcosa che non conosciamo. Mentre l’ambiente domestico rischia di divenire presto noioso proprio perché non ha più neanche un briciolo di mistero. Allora saremo noi a dovercelo mettere. Crearlo.

Forse moltissime persone che finora si sono attaccate all’idea di controllo per sentirsi sicure, che ne hanno fatto una necessità psicologica e una routine, dopo quest’esperienza di confinamento nel proprio mondo casalingo, saranno più disponibili a rivalutare il mistero. A comprenderne la dialettica esistenziale in relazione a ciò che rende la vita più viva e piacevole. Premessa questa che consente di trasformare il meccanismo del controllo secondo nuovi punti di vista. A ritrovare un equilibrio tra routine e sorpresa.

RICREARE IL MISTERO
I bambini adorano la sorpresa, la scoperta. Il gioco è sempre una maniera per scoprire – e quindi conoscere – oltre che un’occasione spontanea di espressione e liberazione del proprio mondo emotivo, altamente terapeutico. Il mistero è un semplice ingrediente del processo di scoperta e conoscenza. Il loro polo dialettico. Se non c’è mistero non c’è niente da scoprire. Dunque qualsiasi proposta dall’imparare la ricetta dei biscotti a fare il teatrino delle ombre, va bene. Riorganizzare tutti i libri per colore, insegnare al gatto a giocare a calcio. Qualsiasi cosa può diventare un’avventura. Dev’essere però qualcosa di inconsueto per loro e possibilmente con una progettualità sulla durata. Non è detto che basti, ma può sicuramente aiutare a incanalare le emozioni, ad arricchire la giornata, a usare il tempo non solo per distrarsi, ma per entrare in contatto con la propria immaginazione. Può servire a sentire la partecipazione e l’attenzione dei propri genitori. Anch’essa speciale in un momento speciale.

Einstein diceva: “La logica ti porta dal punto A al punto B, l’immaginazione dappertutto.”

RIPRENDERE CONTATTO CON I SOGNI
C’è un serbatoio illimitato di immagini ed emozioni, storie e personaggi, che viene a trovarci ogni notte per portarci ciò che ci serve integrare, scoprire, capire. Per portarci proprio dove ci farebbe bene andare. Perché non prestarvi attenzione? Scriverli. Ricordarli. Raccontarli.

Chiedersi di riuscire a ricordarli. Come per ogni cosa, se vi dedichiamo attenzione, il corpo saprà sviluppare quella caratteristica. Offrircela.

I sogni sono una chiave di lettura della nostra storia che sa tuffarci a capofitto nel nostro mondo emozionale. Ma anche dissolverlo, risolverlo, dargli fiato. E se ci sintonizziamo sui loro messaggi, i nostri sogni sapranno adottare un linguaggio immaginifico sempre più indicato, educandoci poco a poco a capirli con precisione.

In quasi tutte le civiltà i sogni sono stati visti come messaggeri dell’anima e delle divinità, o come portali in cui incontrare altre dimensioni dell’essere e poter trascendere i confini della propria realtà. Per poter andare oltre le 4 pareti di casa, ma anche oltre i muri delle nostre decisioni diurne e i corridoi emozionali con cui le definiamo. Dandoci prospettiva, senso, orizzonte.

Ma i sogni non aiutano solo a viaggiare lontano, ci aiutano a starci vicino. Osservarci. Capirci. Sorprenderci e amarci. Vedere cosa teniamo dentro. Quali emozioni ci stanno martellando, quali serpeggiano e quali servono a controbilanciare portando equilibrio.

È davvero giunto il momento di guardarci dentro, la Natura sta cercando di farcelo capire in tutti i modi. Ed è ciò che in definitiva questa quarantena vuole obbligarci a fare. Infatti ci ha chiuso in casa. Dentro. Ed è dentro che lo sguardo deve poter cercare le sue risposte.

Questo vale sicuramente per gli adulti, ma c’è un modo per aiutare i bambini ad avere più fiducia nel proprio mondo interiore, delle generazioni che li hanno preceduti.

METTERE IN SCENA I PROPRI SOGNI 💫
Nelle antiche società dei nativi americani si usava mettere in scena i propri sogni, una volta al giorno, in modo da condividerli e creare piccole rappresentazioni teatrali. Oltre a essere molto divertente era anche un modo per condividere il proprio mondo interiore portandolo fuori e permettendogli di essere visto, accettato e compreso dalle persone del nostro quotidiano.
Per i bambini, ma anche per gli adulti è altamente educativo, esaltante, confortante. Crea stabilità, trasparenza e appartenenza. E se uno non si ricorda i sogni basta una scena anche inventata, una situazione presa dal proprio immaginario.

È un piccolo gioco condiviso che consente in modo leggero di rappresentare e mettere in scena moltissime tensioni anche latenti e di integrarle. Mettere in scena i propri sogni, ma anche vedere che cosa sognino gli altri e trovare in questo, complicità e appartenenza.

Fa davvero molto bene e aiuta a superare un sottinteso che la nostra società ci ha tacitamente inculcato, cioè che in un modo o nell’altro le nostre emozioni e i nostri pensieri più intimi non vadano bene. Condividendoli, impariamo a non avere paura di essere noi stessi. A superare la scissione tra ciò che sono e ciò che mostro di me.

Fa bene a tutti!


***

Ecco tutti gli operatori FastReset in Italia e all’estero, molti dei quali possono offrire consulenze e trattamenti online.
 

Qui alcuni dei libri e degli articoli di Maria Grazia Parisi.
 

Qui una pagina di questo sito sulla sinergia tra BodyTalk e FastReset.

 
Per approfondire il tema del ruolo terapeutico e mistico dei sogni nelle varie culture e nella storia, c’è il bellissimo libro di Robert Moss “Storia segreta dei sogni” edito da Feltrinelli.
 

***

L’immagine d’apertura raffigura un dettaglio del dipinto “La grande onda” di Hokusai. Delle illustrazioni intermedie ignoro gli autori, mentre l’ultima immagine è tratta dal “Mondo di Edena” di Moebius.


***


13 aprile 2020
 


_______

A chi volesse riprodurre parti o idee espresse in quest’articolo, è chiesto per correttezza di citare la fonte e mettere un link a questa pagina. Grazie!

You Might Also Like