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Ritrovare il centro

In questo articolo voglio esplorare un’ossessione incredibile e permanente della nostra società e cultura: non c’è tempo, non ho tempo, bisogna fare in fretta. Fare-fare-fare.

Nel secolo scorso è stato un elemento che contraddistingueva il brio della vita di città dalla monotona gestione della vita di campagna e sdoganava una generazione che aveva bisogno di dimostrare la propria modernità. Divenne il tratto distintivo del lavoro, del business, essere occupati sempre. Fare fare fare.

Solo negli ultimi decenni ci si è resi conto che tutta questa fretta creava perdita di valore e di esperienza, stress e la sensazione che la propria vita scorresse fuori dal finestrino di un treno in corsa.

Sono quindi cominciati i movimenti slow – slow food, slow mood – perché al solito si ragiona per contrapposizione di opposti, in un ping pong, che non capisce l’intero, la necessità di entrambi i poli, velocità e lentezza.

Non si comprende in modo abbastanza radicale l’importanza dell’equilibrio tra estremi apparentemente opposti, ma complementari, che si bilanciano l’un l’altro. Non si coglie il bisogno di centro – equilibrio – tra pulsioni che offrono l’esperienza a 360° di tutto ciò che la vita ha da offrirci.

Non si comprende la pienezza, e ci si aggrappa a quello spicchio della sfera che si è conosciuto per primo. O a volte, per polemica, ma anche per esasperazione, ci si aggrappa all’opposto di quello che si è vissuto fino ad allora in modo eccessivo e convulso.

Da ragazza trovavo molto fastidiosa la frase latina In medio stat virtus, la virtù sta nel mezzo, perché in realtà non la capivo. Mi sembrava invitasse a un luogo tiepido, noioso, pieno di pruriginoso conformismo e compromesso.

Ma poi ho capito che alludeva al centro, a un equilibrio. A un un fulcro di consapevolezza intorno al quale potevano ruotare tutte le esperienze.

E che ogni spicchio poteva essere fruito, offrirci la possibilità di godere l’uno e l’altro aspetto, senza farci necessariamente sostare nella stessa area di vissuto per un tempo esageratamente lungo. Senza richiederci di identificarsi con esso, pensando che ci contraddistingua, definisca o che siamo semplicemente fatti così. Che non ci sia altro da scoprire o da aggiungere.

Al contrario, se diamo gioco e sfogo a ciò che ci chiama, che scaturisce in noi e che vuole esprimersi fuori di noi, se non ci fissiamo su un unico aspetto della polarità e ci consentiamo di spaziare tra le contrapposte e variegate possibilità intorno a noi, restiamo nel centro di noi stessi e possiamo sperimentare ciò che ci pare. Senza identificarci con alcuna attività, ma con colui/colei che agisce e sperimenta.

Allora invece di poggiare la nostra identità su un polo o sull’altro – perché possa contraddistinguerci – staremo in mezzo, nel nostro centro ed esso come un fulcro stabile e immobile saprà farci vivere esperienze dinamiche opposte e per noi complementari, andando a soddisfare in modo spontaneo e naturale quel bisogno di compensazione che la Natura ha escogitato per riportare l’equilibrio dopo la reiterazione di un impulso ripetuto.

Ma per molto tempo l’imperativo culturale ci ha chiesto l’identificazione.

Identificarsi con le proprie origini, il proprio gruppo di appartenenza, le proprie inclinazioni – sessuali o culinarie che siano – ergendo muri con ciò che contraddiceva o non somigliava alla nostra idea primaria di riferimento.

L’identificazione ci richiedeva di scegliere un unico polo.

E cosa c’entra il tempo?

Anche per il tempo vale la stessa cosa, esso è una percezione del nostro flusso che – per così dire – conosce se stesso mentre accade.

Dunque ci somiglia. Se sono in uno stato d’animo di angoscia e frenesia il tempo volerà senza che io me ne accorga. Se sono in uno stato d’animo di concentrazione dedicata, anche cinque minuti sembreranno un’eternità. Se mi metto a fare attenzione al tempo che passa mentre aspetto qualcosa, otterrò il risultato di rallentarlo a dismisura e congelarlo.

Dunque dipende da noi e dello stato interno che ci anima.

Un modo per ritrovare la centratura, il fulcro, il flusso centrale che ci abita – e che anima la vita in ogni istante – è quello di sintonizzarsi sul respiro rendendolo profondo, perché possa radicarci e farci ritornare al centro.

Quando sono al centro mi sento intero. Mi ricollego immediatamente alla mia sfera sentendone l’integrità e la completezza. Esco dall’identificazione periferica con uno dei miei aspetti e ritorno allo stato di coscienza che li sta sperimentando tutti.

Qui c’è silenzio, bellezza e pace.

Ma io non sono l’unico e il solo elemento di coscienza esistente.

Tutto intorno a me è cosciente. Così come tutto in me è cosciente.

Ogni singola cellula del mio corpo ha coscienza e consapevolezza. E, a livello di ciò che mi penetra e che mi circonda, tutti gli elementi naturali – visibili o invisibili che siano – hanno una forma di coscienza. Essa viene nutrita o meno dal tipo di attenzione che riceve, dalla cura e dall’amore che capta intorno a sé.

Ogni cosa ha un campo di coscienza.

Esso è più o meno grande a seconda dell’energia che gli si offre e alla quale ha accesso. E la qualità di quest’energia determinerà la sua forma, influenzandone profondamente l’esistenza. Marcandone la qualità relazionale.

Dunque anche il tempo, così come lo viviamo al giorno d’oggi, viene amplificato e condizionato dal nostro modo di rapportarci ad esso.

La nostra fretta lo rende scivoloso e pronto a sfuggirci. Il nostro affanno lo affanna. Le sovrapposizioni di senso e i tabù che vi riferiamo come il denaro e la morte, lo fanno volatilizzare restituendoci un’esperienza caduca in cui, come l’umanità sta scoprendo, l’unico elemento di pienezza può essere dato dalla presenza, dalla piena fruizione e consapevolezza del momento presente.

Il nostro modo di concepire ciò che ci circonda e ciò che viviamo, impregna fortemente quell’esperienza, sia nella nostra percezione, che nello stato di coscienza che abita ciò con cui ci relazioniamo. Soprattutto se siamo in tanti a pensarla così. Questo genera un flusso collettivo altamente polarizzato che definisce e contraddistingue la Storia e le sue successioni epocali, marcandone il carattere. Lo Spirito del Tempo lo chiamava Hegel.

E quindi cosa fare? Come possiamo trasformare la società in cui viviamo e renderla più umana? Più sostenibile per l’ambiente e per noi che ne facciamo parte? Più consona alle nostre reali esigenze di persone? Così come le concepiamo oggi?

Possiamo ritrovare il Centro.

In noi stessi. Nell’equidistanza che ci serve per poter valutare tutti gli elementi in gioco da una posizione che non vuole accaparrarsi un interesse, un profitto immediato e miope.

Un’equidistanza che sappia renderci lungimiranti e mostrarci tutti gli elementi del paesaggio. Farci considerare l’orizzonte che ci circonda – l’ambiente! – e che viene costantemente influenzato dalle nostre prospettive, soluzioni e scelte.

Possiamo allenarci a ritrovare un contatto interno – un sentire collegato al flusso della vita – che, prima di proiettare ciò che vuole, sappia cogliere le conseguenze del suo disegno e considerare di pari importanza e valore anche gli altri elementi dell’ambiente.

Quasi fossero i punti equidistanti di una circonferenza perfetta che avvolge ognuno di noi.

Se sono nel mio centro, grazie ad esso mi sento collegato al centro stesso di ciò che accade. Questo mi permette nel contempo di farne parte e di sentirmene distaccato, di non sentirmi soverchiato. Sono in un contatto. Un luogo sicuro e stabile che dunque risolve la prospettiva della paura come motore della vita.

Dobbiamo poter cominciare a prendere coscienza del nostro impatto di singoli individui sulla complessità dell’insieme, sia in ambito umano che energetico. Capire cosa proiettiamo e cosa ci muove.

Prendere coscienza del fatto che ciò che emaniamo coinvolge e condiziona tutto l’insieme. E dunque sviluppare in noi l’attenzione necessaria per accorgerci con che cosa ci stiamo identificando, sia esso parte di un nostro vissuto che di un retaggio di famiglia.

Prendere coscienza del fatto che possiamo decidere di allenarci ad un’osservazione e ad una consapevolezza che coltivi l’equidistanza.

Così da permetterci di fare la differenza nel campo energetico del pianeta.

Così da riuscire a trasformare l’affanno, il senso di colpa e tutti i bisogni che determinano il nostro agire mossi dalla mancanza e dalla paura.

È un primo passo che apre molte porte e può risuonare molto lontano, trasformando lo Spirito del Tempo e al contempo metterci sulla lunghezza d’onda del bisogno naturale e collettivo di riequilibrare una società che da anni zoppica e barcolla, abbarbicata com’è su una gamba sola.



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Nell’immagine d’apertura Selene (ma potrebbe essere Artemide) in un dipinto del 1874 di Jules Louis Machard (1839–1900).



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